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martedì 12 marzo 2013

Recensione a metà


Oggi  voglio fare una cosa particolare: iniziare a parlare di un libro che non ho ancora concluso.
Ovviamente è una cosa che non si fa, ma a me piace fare le cose che non si fanno!

Nelle mie ultime letture si allarga sempre di più il divario fra i libri che divoro in un lampo e i libri che trascino.
Fra i primi posso citare tutti i libri di Niccolò Ammaniti, “Non ti muovere” di M. Mazzantini, “Tre volte l’alba” , “Seta”, “Mr Gwyn” di A. Baricco, “Pulp” di Charles Bukowski, “Il cacciatore di aquiloni” di khaled Hosseini. Fra i secondi, “Il corpo umano” di Paolo Giordano, “Oceano-mare” di  Alessandro Baricco, “venuto al mondo” di M.Mazzantini.
Premesso che entrambi gli elenchi sono solo esemplificativi e non esaustivi, voglio precisare che per me “divorare in un lampo” non ha un connotato di lettura veloce, e superficiale, anzi ha un connotato positivo, di scorrevolezza e di semplicità. Lo scrittore semplice è anche “diretto”  ha una dote tale da far passare al lettore messaggi ed emozioni  in maniera trasparente.
 La velocità nella lettura (nulla esclude che il libro possa essere riletto) per me ha qualcosa di affine alla passione bruciante, all’ impatto emotivo, al restare svegli la notte senza riuscire a dormire per finire il libro.
Questo divario talvolta dipende - ma non sempre- dall’autore (ad esempio su Baricco e  sulla Mazzantini sono divisa), talvolta dipende dai personaggi che possono starmi  antipatici. Non dipende sicuramente  dalla lunghezza o dalla traduzione, perché ho divorato anche “Il cacciatore di aquiloni” lungo e tradotto.
Una cosa è certa: ogni qual volta mi si dipinge un libro come meraviglioso da parte di molte persone, anche persone fidate (nel senso di accaniti lettori/lettrici) a me non piace.  Ogni qual volta un personaggio piace a tutti a me non piace. Probabilmente lo carico di aspettative e mi attendo quell’ eccezionalità, quel lampo di genio, che appartiene a poche opere, e, spostando la prospettiva, quello che è un “buon libro” io faccio difficoltà a finirlo.
Mi sta accadendo con “Il gioco dell’angelo” di Carlos Ruiz Zafòn in questo momento. Mi è stato detto “bellissimo” “meraviglioso”. A tratti effettivamente è bello e coinvolgente, ci sono delle frasi molto poetiche ( ve ne riporterò alcune, data anche la mia passione per le citazioni e gli aforismi) ma io lo trovo “diluito” e prevedibile. Si è capito chi è l’angelo, si è capito che la storia dell’editore sta  a mezz’asta fra realtà e immaginazione, probabilmente quella dello stesso protagonista, si è capito che è una lotta del protagonista con sé stesso. Anche il secondo personaggio femminile, quando era stato preannunciato avevo capito chi era. Insomma il tanto amato Zafòn la tira troppo per le lunghe. E anche il linguaggio a tratti è pesante, non le singole parole ma la composizione delle stesse, è arzigogolata (potrebbe essere la traduzione) e non giova alla tanto agognata “semplicità” a quella dote che abbatte le barriere fra scrittore e lettore, che permette di trasmettere messaggi difficili in maniera immediata e diretta e lascia spazio alle emozioni.
 Sono tentata di lasciarlo lì (magari per leggere Bukowski) e riprenderlo fra un po’ , ma credo che invece lo finirò. Non mi piace cominciare una cosa e non finirla (i libri che ho citato sopra e che non mi sono piaciuti, li ho letti tutti, tranne “Venuto al mondo” credo di essere stata l’unica). Penso che per criticare assolutamente bisogna conoscere e questa recensione a metà è una cosa divertente e fuori dalle righe che ho voluto fare, ma eccezionale. Inoltre, per quanto testarda io sia, da buon toro, posso sempre  lasciarmi il privilegio di cambiare idea.

Nell’attesa di una recensione ufficiale, vi lascio con alcune frasi del libro di Zafòn che mi hanno colpita:





"Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta, che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell'istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ormai ha un prezzo".


"Cos' e' la verita' emotiva? E' la sincerita' all'interno della finzione" 


" Sa quale e' il bello dei cuori infranti? Che si possono rompere davvero solo una volta, il resto sono solo graffi."






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